Prefazione de "LA DANZA NEL MONDO ARABO", ed. L'Harmattan (2000)
Il testo che state per sfogliare e rigirate tra le mani cercando di capire se può interessarvi, non è un manuale per aspiranti Salomè, ne un trattato completo sulla danza araba. Certo risveglierà in voi una sottile ed insinuante curiosità. Se invece appartenete a quella categoria di persone che, come me, ha intuito "al tocco" di aver trovato qualcosa che finalmente colma una lacuna, preparatevi ad assaporare il piacere della lettura.
Fantasie infantili (principesse velate, coperte di perle, di brillanti e di tessuti preziosi) alimentate dai racconti de "Le Mille e una Notte" hanno creato un immaginario che si scosta notevolmente dai molteplici aspetti che la danza araba assume nel luogo di origine.
Interpretazioni che vedono la danza araba come sopravvivenza di aspetti magico-religiosi dell'antico Egitto o realtà culturali che la considerano manifestazione del peccato insito nella natura femminile, ne limitano la conoscenza. Inoltre riecheggiano gli stereotipi occidentali che, negli ultimi decenni, hanno obbligato le donne a dichiarare di non voler essere n Eva, ne Maria. Un atteggiamento auspicato sarebbe quello di accettare semplicemente che la danza araba abbia scandito, e scandisca ancor oggi, i momenti cruciali della vita quotidiana. Ali opposti non sono che i punti estremi situati sulla stessa linea, gli aspetti contraddittori rafforzano la complessità e la completezza di un oggetto di studio. aia l'idea dell'Oriente misterioso "disorienta"; se aggiungiamo la componente della femminilità espressa attraverso il corpo, ci troviamo ad affrontare un campo troppo vasto e pieno d'ombre.
Questo libro, fortunatamente, non ha tutte le risposte e ci lascia con il desiderio di saperne di più, non solo attraverso una conoscenza intellettuale, ma fisica perché il nostro corpo è onnipresente compagno di vita. La difficoltà di definire e di trovare un vocabolario tecnico è reale in quanto le nostre categorie mentali- logiche e analitiche sono differenti da quelle degli orientali. Pur mantenendo un approccio scientifico, bisognerebbe accettare che la danza araba sia fondamentalmente un movimento del corpo stimolato da un suono. Questa definizione, in apparenza semplicistica, ha il pregio di tener conto di tutte le variabili: il soffio d'aria calda o fredda che arriva dal deserto o l'umidità creata dagli umori di decine di persone riunite in una piccola stanza. Ogni
strumento invita ad un tipo di movimento anziché ad un altro; inserire strumenti come la fisarmonica o il saxofono non necessariamente deve essere letto come contaminazione dell'Occidente, ma risponde al bisogno di nuove armonie. Ogni cultura ricerca esotismi e se ne appropria.
Troppi viaggi organizzati hanno propinato danze del ventre eseguite da russe o slave talvolta con i capelli tinti di nero per sembrare più autentiche. La scelta del mestiere di danzatrice è ardua ovunque, in special modo nel mondo arabo dove il corpo femminile rappresenta la soglia e la sacralità del privato, prima proprietà della famiglia di origine, poi del marito e della sua famiglia. Esistono momenti e spazi in cui le donne arabe vivono la gioia del corpo attraverso la danza; ad essi non lasciano avvicinare nessun uomo della famiglia, nemmeno il marito. I figli maschi ne saranno allontanati in tenera età e su tali luoghi della memoria costruiranno il loro immaginario. In occasione di feste e matrimoni capita spesso di vedere padri che incitano le figlie a danza-
re, addirittura mettendole sul palco, davanti all'orchestra. Quando queste bambine diventeranno adolescenti, l'espressione del loro corpo sarà invece possibile solo in un ambito privato.
Tornando al volume di D. Henni-Chebra e C. Poché, alcuni aspetti meritano di essere sottolineati. La spinosa questione dell'insegnamento, ad esempio, riguarda noi occidentali: per la maggior parte delle donne arabe la danza fa parte della sfera dell'intimità e quest'ultima non si trasmette attraverso lezioni private, corsi collettivi o stage. Il paragrafo dedicato a Ibrahim Akef ci mostra un paradosso: il salto di qualità, il cambiamento di status e la ricerca di stile nella danza araba sono stati realizzati da un uomo, a conferma di un dato culturale costante, che vede la figura maschile intervenire ed attribuire valore ad ogni aspetto della vita sociale.
È vero, lbrahim Akef oramai fa parte della storia. Ne avevo sentito parlare a Parigi e non riuscivo a capire se fosse un personaggio reale o una leggenda: è tutte e due le cose. Quasi ottantenne, avvolto dal fumo delle sigarette Cleopatra, l'eterna tazzina di caffè alla turca in mano, si trasforma nel momento in cui danza. Vive talmente chiuso nel suo mondo irreale, animato solo dalla musica, che quando l'ho incontrato per dirgli che avrei curato la prefazione italiana di questo testo, ho pensato non fosse nemmeno al corrente dell'edizione francese.
L'anno prima, durante una lezione, mi disse: "Non devi più venire da me, i miei passi li conosci già. Ascolta una musica, immagina come la ballerei io ed hai già la coreografia pronta. Non correre mai, respira l'aria del Cairo e mangia foul (fagioli stufati) tutti i giorni a colazione".
Non mi sento di dare gli stessi consigli allettore o alle aspiranti danzatrici. Le suddette istruzioni sono riservate ad un minoranza di "iniziati" .
Scopo di questo libro è comunque aprire sia gli occhi che i sensi e prendere in considerazione l'idea, peraltro neanche nuova, che attraverso il corpo e la danza araba si sperimentano percorsi nell'immenso campo delle emozioni.